Don Raffaele Ponticelli racconta il Cuore di Cristo
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“Il suo cuore aperto ci precede e ci aspetta senza condizioni, senza pretendere alcun requisito previo per poterci amare e per offrirci la sua amicizia: Egli ci ha amati per primo (1 Gv 4,10). Grazie a Gesù ‘abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi’ (1 Gv 4,16). Per esprimere l’amore di Gesù si usa spesso il simbolo del cuore. Alcuni si domandano se esso abbia un significato tuttora valido. Ma quando siamo tentati di navigare in superficie, di vivere di corsa senza sapere alla fine perché, di diventare consumisti insaziabili e schiavi degli ingranaggi di un mercato a cui non interessa il senso della nostra esistenza, abbiamo bisogno di recuperare l’importanza del cuore”: scrive papa Francesco ad inizio dell’enciclica ‘Dilexit nos’.
Partiamo da questo incipit dell’enciclica papa per un dialogo sull’importanza del cuore con don Raffaele (Lello) Ponticelli, docente di psicologia nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, psicologo-psicoterapeuta, autore del libro ‘Cuore di Cristo Cuore di Uomo’ e membro della Commissione per l’Anno Santo dell’arcidiocesi di Napoli, che ha invitato a riflettere sul magistero pedagogico del papa:
“Riflettendo sul magistero pedagogico di papa Francesco mi è parso di individuare due passi concreti per avanzare in quell’educazione emotivo-affettiva che molti invocano: un passo è quello di percorrere la strada nei sentimenti di Cristo (lo disse al Convegno ecclesiale nazionale di Firenze 2015), l’altro è dato dall’acquisizione dello stile del Samaritano (qui la citazione è dall’enciclica ‘Fratelli tutti’), stile che sintetizza quei sentimenti in un’empatia che si eleva a compassione… Ancora papa Francesco, in un convegno sulla sfida educativa a Roma nel 2017, indicava come necessaria una alfabetizzazione socio-integrata, cioè un’educazione basata sull’intelletto (la testa), gli affetti (il cuore) e l’agire (le mani)”.
Allora, quanto è importante il cuore?
“Quanto la persona stessa e l’intero mondo! Il papa dedica il primo capitolo dell’enciclica ad esplorare quest’importanza, perché nel cuore è simboleggiato tutto il paradosso umano: mistero di limite e d’infinito, di drammatico e di bello, affascinante. Il cuore è simbolo di tutta la persona, del sacrario suo più intimo, luogo di orientamenti e decisioni radicali dove si gioca la partita del tempo e dell’eternità. Gesù nel Vangelo ce lo ricorda (Mc7,14-23) e ci offre la medicina della misericordia e dell’amore di Dio per guarirlo dalla sclerosi (sclerocardia) e renderlo capace di amare alla Sua stessa maniera”.
Qual è la differenza tra il cuore di Cristo e il cuore dell’uomo?
“Cristo ha amato con cuore d’ uomo’, è scritto nella Costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’. Allora verrebbe da dire che non c’è alcuna differenza. Ma il Cuore di Cristo è anche il Cuore di Dio stesso: ama in modo imperituro, senza inquinamenti o riserve. Attraversato umanamente, come il nostro, da lotte (le tentazioni, l’esperienza del Getsemani) non s’è piegato, perché libero e unificato.
Il cuore umano invece soffre in se stesso una divisione, è baratro che può anche esser invaso dal male, dalla chiusura a Dio, agli altri, a se stesso. Perciò il Cuore di Cristo, in quanto Cuore di Dio e Cuore dell’uomo sognato da Dio, è paradigma di com’è chiamato a diventare il nostro cuore, per creazione e per redenzione. Non c’è che una tristezza al mondo: parafrasando Peguy, quella di non avere ancora in noi i sentimenti del Cuore di Cristo”.
Perché ‘solo con il cuore si vede bene’?
“Non con qualsiasi cuore! Anche ‘Il Piccolo Principe’ sarebbe d’accordo. Un cuore inquinato (dall’odio, dall’indifferenza…) potrebbe vedere in modo distorto o non vedere affatto! Si vede bene solo col cuore quando il cuore è nelle sue migliori condizioni, allora vede con l’occhio dell’amore allungando lo sguardo oltre l’apparenza, la superficialità… Le sue ragioni vanno oltre la ragione (Pascal), superandola non per disprezzo, ma per luminosità e compassione, di cui il cuore è pur sempre capace”.
Di quanti cuori racconta nel libro?
“Di quelli che pulsano in ciascuno di noi, più o meno consapevolmente. Ma il libro desidera soprattutto lasciar intravedere il Cuore di Cristo e la ricchezza dei suoi sentimenti, affinché ciascuno possa sentirne l’eco, il fascino, la nostalgia e gioire della loro presenza che, talvolta segreta, ci fa amare come Cristo ama. Non a caso le domande per la riflessione personale e le briciole di meditazioni, poste alla fine d’ogni capitolo, sono un invito a scavare nei desideri del nostro cuore e scalare quelli del Cuore di Cristo, per diventare umile implorazione in una semplice giaculatoria”.
In quale modo è possibile imparare da Gesù la mitezza del cuore?
“Chiedendola nella preghiera e mettendosi continuamente alla scuola del Vangelo e dei Santi, con un discepolato permanente, faticoso e gioioso insieme, nella certezza che Gesù non ce lo avrebbe chiesto (imparate da me che sono mite e umile di cuore) senza darci i mezzi per apprenderne l’arte. Sono mezzi anzitutto quelli della grazia dei Sacramenti: l’Eucaristia, la Riconciliazione. Lo è l’accompagnamento spirituale ed ogni altro aiuto a riconoscere la propria aggressività, a gestirla rieducandosi allo stile di non violenza, amorevolezza, perdono: vero antidoto in una società spesso ostile e rancorosa. La mitezza di Gesù non è dabbenaggine ma occasione per la rivoluzione della tenerezza che disarma il cuore, la parola e le mani”.
Quale cuore occorre per contribuire alla costruzione della civiltà dell’amore?
Solo quello che permette allo Spirito di trapiantare in noi i sentimenti del Cuore di Cristo. E’ stata la consegna di Papa Francesco a Firenze, nel 2015: invitava la Chiesa italiana a contribuire ad un nuovo umanesimo tornando ai sentimenti di Cristo: umiltà, disinteresse, beatitudine”.
Com’è possibile avere un cuore umile?
“C’è da ricordare, anzitutto, che l’umiltà passa per la via dell’umiliazione… Umile lo diventa un cuore che si abbassa e scende con la stessa umiltà di Dio. In Cristo Dio è sceso: da onnipotente ha accettato i limiti e l’onnidebolezza dell’amore, da creatore si è fatto creatura, da Re s’è fatto servo chinandosi ai nostri piedi per lavarli, da innocente s’è fatto peccato. Da Altissimo a Bassissimo. È disceso agli inferi, ora Risorto vive e non disdegna di vivere in noi donandoci la stessa sua umiltà quando accettiamo di seguirne le orme”.
(Tratto da Aci Stampa)